POLITICA SINDACALE

ATA 2026/27, immissioni in ruolo: il quadro provinciale delle possibili assunzioni. FENSIR SAATA: «Servono stabilizzazioni adeguate ai posti realmente disponibili»

Si avvicina uno degli appuntamenti più attesi dal personale ATA: le immissioni in ruolo per l’anno scolastico 2026/2027.

Dai dati provinciali attualmente disponibili emerge un quadro caratterizzato da un numero consistente di posti disponibili, soprattutto per i profili di collaboratore scolastico, assistente amministrativo e assistente tecnico. Il prospetto che pubblichiamo costituisce tuttavia una elaborazione indicativa: i dati sono soggetti a variazioni e dovranno essere confrontati con i contingenti e i provvedimenti ufficiali emanati dagli uffici competenti.

Il Ministero ha già predisposto sul proprio portale una sezione dedicata alle operazioni di immissione in ruolo per l’a.s. 2026/2027, mentre gli Uffici scolastici stanno progressivamente pubblicando i provvedimenti territoriali.

Grandi differenze tra disponibilità e possibili assunzioni

Il dato che FENSIR SAATA ritiene necessario evidenziare è il divario, in molti territori, tra i posti complessivamente disponibili e quelli destinabili alle assunzioni a tempo indeterminato.

Alcuni esempi contenuti nel prospetto sono particolarmente significativi.

A Milano, per i collaboratori scolastici, a fronte di 1.547 disponibilità, le immissioni indicate sarebbero 606. Per gli assistenti amministrativi risultano 637 disponibilità e 200 possibili ruoli, mentre per gli assistenti tecnici 210 disponibilità e 48 immissioni.

A Roma il prospetto riporta:

  • assistenti amministrativi: 745 disponibilità, 232 immissioni;
  • assistenti tecnici: 284 disponibilità, 65 immissioni;
  • collaboratori scolastici: 1.553 disponibilità, 609 immissioni.

Anche Torino presenta numeri rilevanti: 980 disponibilità per collaboratore scolastico, con 386 possibili assunzioni, e 355 disponibilità per assistente amministrativo, con 111 ruoli.

A Napoli, invece, vengono indicate 117 immissioni di collaboratori scolastici, 35 assistenti amministrativi e 11 assistenti tecnici.

Lombardia: numeri importanti

Particolare attenzione viene riservata da FENSIR SAATA alla Lombardia.

A Bergamo, ad esempio, il prospetto registra:

  • 215 disponibilità per assistente amministrativo e 67 possibili immissioni;
  • 90 disponibilità per assistente tecnico e 21 immissioni;
  • 556 disponibilità per collaboratore scolastico e 218 immissioni.

A Brescia le possibili assunzioni indicate salgono a 79 assistenti amministrativi, 27 assistenti tecnici e 244 collaboratori scolastici.

Numeri consistenti anche per Monza e Brianza, Pavia, Varese e le altre province lombarde.

FENSIR SAATA: «Il posto libero deve trasformarsi in lavoro stabile»

Per FENSIR SAATA il punto politico e sindacale resta chiaro: l’elevato numero di disponibilità dimostra quanto il sistema scolastico continui ad avere bisogno del personale ATA per garantire quotidianamente apertura, sicurezza, amministrazione, assistenza tecnica e funzionamento delle istituzioni scolastiche.

Non è sufficiente, pertanto, coprire una parte consistente dei posti con contratti a tempo determinato.

FENSIR SAATA chiede che tutti i posti vacanti e disponibili per i quali sussistano le condizioni normative e finanziarie siano utilizzati per le stabilizzazioni, evitando di alimentare ulteriormente un precariato che in molti casi riguarda lavoratori con numerosi anni di servizio alle spalle.

È inoltre indispensabile intervenire sulle dotazioni organiche: la scuola di oggi richiede competenze e carichi di lavoro profondamente diversi rispetto al passato.

Attenzione: il prospetto è indicativo

FENSIR SAATA invita il personale interessato a considerare i numeri pubblicati come indicativi e soggetti a variazione. Le assunzioni effettive dovranno essere verificate sulla base dei provvedimenti ufficiali e delle successive ripartizioni territoriali.

FENSIR SAATA continuerà a seguire le operazioni di immissione in ruolo 2026/27 e a informare tempestivamente il personale ATA sulle pubblicazioni degli Uffici scolastici.

IRC, assunzioni 2026/27. Favilla (FENSIR): «Una grave mancanza di serietà verso i docenti precari»

Solo 656 posti destinati allo scorrimento delle graduatorie straordinarie. Il Segretario generale della FENSIR denuncia l’insufficienza del piano e chiede il superamento del limite del 70% dell’organico di ruolo

Il decreto ministeriale n. 143 del 22 luglio 2026, relativo alle immissioni in ruolo degli insegnanti di religione cattolica per l’anno scolastico 2026/2027, conferma un quadro fortemente deludente per migliaia di docenti precari.

A denunciarlo è Giuseppe Favilla, Segretario generale della FENSIR – Federazione Nuovi Sindacati Istruzione e Ricerca, alla quale aderisce il SAIR – Sindacato Autonomo Insegnanti di Religione.

«Ci troviamo ancora una volta di fronte a una grave mancanza di serietà nei confronti dei docenti di religione – dichiara Favilla –. Da anni si parla di stabilizzazione e di superamento del precariato, ma manca ancora una scelta politica realmente capace di intervenire alla radice del problema».

Una legge che mantiene strutturalmente il 30% dei posti fuori dall’organico stabile

Il problema non riguarda soltanto il contingente autorizzato per il prossimo anno scolastico. Alla base rimane la legge n. 186 del 18 luglio 2003, che determina la dotazione organica degli insegnanti di religione cattolica nella misura del 70% dei posti complessivamente funzionanti.

Una previsione che lascia strutturalmente il restante 30% al di fuori dell’organico stabile, alimentando ogni anno il ricorso ai contratti a tempo determinato.

«Sappiamo bene che il precariato non può essere cancellato con un semplice provvedimento – prosegue Favilla –. Ma è altrettanto evidente che una legge che mantiene ancora oggi il 30% dei posti di un’intera categoria fuori dall’organico di ruolo produce una disparità difficilmente giustificabile. Non è serio proclamare l’intenzione di sconfiggere il precariato e, contemporaneamente, conservare una norma che lo rende strutturale».

Per la FENSIR e il SAIR è quindi necessario superare il limite del 70% e portare progressivamente nell’organico stabile il 100% dei posti effettivamente funzionanti e necessari.

Il problema non può essere rinviato sostenendo che il fabbisogno degli insegnanti di religione sarebbe incerto o variabile. Questi docenti garantiscono da decenni un servizio continuativo nella scuola statale e, nella maggior parte dei casi, vengono confermati annualmente sugli stessi posti.

Europa e Cassazione: la reiterazione dei contratti non può essere normalizzata

La denuncia sindacale si inserisce in un quadro giuridico ormai consolidato.

La Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza del 13 gennaio 2022 nella causa C-282/19, si è pronunciata specificamente sull’utilizzo reiterato dei contratti a tempo determinato nei confronti degli insegnanti di religione cattolica, richiamando la necessità di misure effettive per prevenire e sanzionare gli abusi. Corte di giustizia dell’Unione europea

La Commissione europea ha inoltre contestato all’Italia l’insufficienza delle misure adottate per prevenire e sanzionare l’abuso dei contratti successivi a termine nel settore pubblico, comprendendo espressamente anche il personale della scuola.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18698 del 9 giugno 2022, ha riconosciuto che può configurarsi un abuso quando i rapporti annuali proseguono per oltre tre anni in assenza della regolare indizione dei concorsi, con il conseguente diritto del docente al risarcimento del danno cosiddetto eurounitario. Corte di Cassazione

Più recentemente, la Cassazione ha anche chiarito che la procedura straordinaria prevista per gli insegnanti di religione non costituisce, da sola, una misura automaticamente idonea a sanare l’abusiva reiterazione dei precedenti contratti a termine.

«Le istituzioni europee e la giurisprudenza nazionale hanno indicato chiaramente che il ricorso reiterato ai contratti a termine non può essere considerato una modalità ordinaria di gestione del personale – sottolinea Favilla –. Eppure, per gli insegnanti di religione, il precariato continua a essere programmato dalla stessa normativa».

Il decreto del 22 luglio: molti posti complessivi, ma soltanto 656 allo straordinario

Il decreto ministeriale n. 143 autorizza complessivamente 2.628 immissioni in ruolo:

  • 991 nella scuola dell’infanzia e primaria;
  • 1.637 nella scuola secondaria di primo e secondo grado.

Il numero complessivo potrebbe apparire significativo. Tuttavia, l’effetto delle compensazioni in favore del concorso ordinario riduce drasticamente le possibilità di scorrimento delle graduatorie straordinarie.

Dei 2.628 posti autorizzati:

  • 1.972 sono destinati al concorso ordinario;
  • soltanto 656 sono assegnati alla procedura straordinaria.

In particolare, allo straordinario restano appena 167 posti per infanzia e primaria e 489 per la secondaria. Numeri che dovranno essere ulteriormente ripartiti tra le regioni e, successivamente, tra le singole diocesi.

«Il decreto del 22 luglio conferma la fondatezza delle preoccupazioni espresse dalla FENSIR e dal SAIR – afferma Favilla –. Non bastano interventi numericamente appariscenti se poi, entrando nel merito della distribuzione, scopriamo che soltanto una parte minima dei posti produrrà un nuovo scorrimento delle graduatorie straordinarie».

Mapelli (SAIR): «In molte diocesi le graduatorie potrebbero non scorrere affatto»

Sulla gravità della situazione interviene anche Mariangela Mapelli, Segretaria nazionale del SAIR.

«I numeri definitivi confermano purtroppo le criticità che avevamo evidenziato. Dietro il dato complessivo delle 2.628 immissioni in ruolo c’è una realtà molto meno rassicurante per migliaia di docenti di religione che hanno partecipato alla procedura straordinaria».

La distribuzione territoriale rischia di ridurre ulteriormente la portata delle assunzioni. In diverse regioni, per infanzia e primaria, non è previsto alcun posto destinato allo straordinario. Anche nella secondaria i contingenti risultano estremamente contenuti.

«Parliamo di appena 167 posti per infanzia e primaria e 489 per la secondaria – prosegue Mapelli – che dovranno essere ulteriormente ripartiti tra le diverse diocesi italiane. È facilmente prevedibile che in molte diocesi lo scorrimento sarà estremamente ridotto e, in alcuni casi, potrebbe non esserci affatto».

Il SAIR precisa di non contestare i diritti dei vincitori del concorso ordinario, ma di ritenere inaccettabile che il recupero delle relative quote finisca per comprimere ancora una volta le possibilità di stabilizzazione dei docenti con molti anni di servizio.

«Questi insegnanti non sono arrivati oggi nella scuola italiana – sottolinea Mapelli –. Molti lavorano da dieci, quindici, vent’anni e oltre. Hanno atteso per più di vent’anni una procedura concorsuale e oggi rischiano di vedere la propria graduatoria muoversi di pochissime posizioni o addirittura rimanere ferma».

FENSIR e SAIR: «Serve una scelta politica, non piccoli scorrimenti annuali»

Secondo la FENSIR e il SAIR, il decreto rappresenta un avanzamento rispetto al lungo immobilismo del passato, ma non può essere presentato come la soluzione al precariato storico degli insegnanti di religione.

Il concorso straordinario è stato bandito per 4.500 posti. Tuttavia, per l’anno scolastico 2026/2027, soltanto 656 assunzioni saranno effettuate mediante lo scorrimento delle relative graduatorie.

«Questa è una manovra profondamente deludente – conclude Favilla –. Servono trasparenza e serietà: non basta comunicare il numero complessivo delle assunzioni senza spiegare quanti posti andranno realmente ai docenti storici dello straordinario. Occorre un intervento legislativo che superi il limite del 70%, porti progressivamente il 100% dei posti funzionanti nell’organico stabile e consenta un più rapido esaurimento delle graduatorie».

La FENSIR e il SAIR chiedono pertanto al Ministro dell’Istruzione e del Merito e al Governo:

  • il superamento della quota strutturale del 70% dell’organico di ruolo;
  • l’incremento dei posti destinati alle graduatorie straordinarie;
  • un piano pluriennale certo per il loro esaurimento;
  • una misura realmente efficace contro la reiterazione abusiva dei contratti a termine.

«Il tempo delle promesse è finito – conclude Favilla –. I docenti di religione con dieci, quindici o vent’anni di servizio non possono continuare a essere trattati come personale provvisorio. Il precariato non si combatte con piccoli scorrimenti annuali: si combatte modificando le norme che continuano ad alimentarlo».

DALLA DITTATURA DELLO SCHERMO ALLA PAURA DELLO SCHERMO

Sei anni dopo la pandemia, la scuola tra libertà di insegnamento, smartphone e intelligenza artificiale

di Giuseppe Favilla

Nel marzo del 2020 la scuola italiana visse uno dei momenti più drammatici e complessi della sua storia repubblicana. Nel giro di pochi giorni milioni di studenti furono costretti ad abbandonare le aule e centinaia di migliaia di docenti si trovarono a reinventare il proprio lavoro all’interno di una realtà completamente nuova.

La didattica a distanza divenne improvvisamente l’unico strumento disponibile per garantire la continuità educativa e il diritto all’istruzione sancito dall’articolo 34 della Costituzione. In quelle settimane il dibattito pubblico si concentrò quasi esclusivamente sulla necessità di non interrompere il rapporto tra scuola e studenti. Una preoccupazione legittima e condivisibile.

Tuttavia, già allora, appariva evidente il rischio di dimenticare un altro principio costituzionale fondamentale: quello sancito dall’articolo 33 della Costituzione, secondo cui «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento».

A distanza di sei anni, superata l’emergenza sanitaria e archiviate molte delle polemiche di quel periodo, possiamo finalmente guardare a quell’esperienza con maggiore lucidità.

La didattica a distanza ha certamente rappresentato una risposta necessaria ad una situazione eccezionale. Migliaia di docenti hanno dimostrato professionalità, spirito di servizio e capacità di adattamento, spesso supplendo con il proprio impegno personale alle carenze organizzative e infrastrutturali del sistema. Sarebbe ingiusto e intellettualmente disonesto non riconoscerlo.

Allo stesso tempo, quella stagione ci ha lasciato insegnamenti che non dovrebbero essere dimenticati.

Abbiamo scoperto che la tecnologia può facilitare l’accesso alle informazioni, ma non può sostituire la relazione educativa.

Abbiamo compreso che l’apprendimento non coincide con la semplice trasmissione di contenuti.

Abbiamo verificato che la presenza fisica, il dialogo diretto, la costruzione quotidiana delle relazioni e della comunità scolastica rappresentano elementi essenziali del processo formativo.

Abbiamo inoltre constatato come l’innovazione tecnologica, lungi dall’eliminare le disuguaglianze, possa talvolta accentuarle. Non tutti gli studenti disponevano degli stessi strumenti, degli stessi spazi, delle stesse opportunità. La pandemia rese visibili fragilità sociali che per anni erano rimaste ai margini del dibattito educativo.

Eppure, proprio mentre maturavano queste consapevolezze, il dibattito pubblico ha progressivamente imboccato una direzione opposta.

Se nel 2020 sembrava che la tecnologia dovesse salvare la scuola, oggi sembra che la scuola debba essere salvata dalla tecnologia.

Lo smartphone è diventato il simbolo di ogni disagio educativo.

I social network vengono frequentemente indicati come la causa della crisi dell’attenzione.

L’intelligenza artificiale è spesso descritta come una minaccia per il pensiero umano e per il valore stesso dello studio.

La discussione si è trasformata in una contrapposizione tra favorevoli e contrari alla tecnologia, tra innovatori e conservatori, tra sostenitori dei divieti e difensori della libertà digitale.

Si tratta, tuttavia, di una rappresentazione semplicistica di una realtà molto più complessa.

La crisi dell’attenzione non nasce con lo smartphone.

La povertà lessicale non nasce con i social network.

La difficoltà di leggere un testo complesso non nasce con l’intelligenza artificiale.

La fragilità delle relazioni educative non nasce con Internet.

Attribuire agli strumenti la responsabilità di fenomeni che hanno radici culturali, sociali e pedagogiche molto più profonde rischia di trasformare il dibattito educativo in una ricerca permanente di capri espiatori.

Gli strumenti cambiano.

Le sfide educative restano.

Per questa ragione sarebbe opportuno affrontare il tema dell’uso degli smartphone nelle scuole con maggiore equilibrio e con minore enfasi ideologica.

Nessuno può negare che esistano problemi reali legati all’abuso dei dispositivi digitali.

Nessuno può ignorare i danni prodotti da una fruizione incontrollata dei social media.

Nessuno può sottovalutare il rischio di una dipendenza tecnologica sempre più precoce.

Ma proprio perché tali problemi esistono, la risposta non può essere semplicemente proibitiva.

La scuola non è il luogo del divieto.

La scuola è il luogo dell’educazione.

Educare significa accompagnare gli studenti alla comprensione critica della realtà.

Significa insegnare a distinguere tra informazione e manipolazione.

Significa sviluppare autonomia di giudizio.

Significa fornire strumenti culturali per utilizzare consapevolmente le tecnologie senza diventarne schiavi.

La storia dell’educazione dimostra che ogni innovazione significativa ha generato timori e resistenze.

Accadde con la stampa.

Accadde con il libro scolastico.

Accadde con la televisione.

Accadde con Internet.

Accade oggi con l’intelligenza artificiale.

La vera domanda non è se tali strumenti debbano essere accolti o respinti.

La vera domanda è se la scuola sia in grado di governarli e di trasformarli in occasioni di crescita culturale.

Ed è proprio qui che torna centrale il tema della libertà di insegnamento.

L’articolo 33 della Costituzione rappresenta uno dei pilastri meno citati e al tempo stesso più importanti dell’intero sistema educativo italiano.

I Padri Costituenti non inserirono quel principio per tutelare una categoria professionale.

Lo inserirono per garantire la libertà della cultura e impedire che l’istruzione potesse essere ridotta ad uno strumento di conformismo ideologico o di controllo amministrativo.

La libertà di insegnamento costituisce una garanzia democratica.

Essa tutela il pluralismo culturale.

Tutela la ricerca metodologica.

Tutela l’autonomia professionale del docente.

Tutela, soprattutto, il diritto degli studenti ad essere formati attraverso il confronto delle idee e non mediante l’applicazione meccanica di procedure standardizzate.

Oggi questo principio appare nuovamente sotto pressione.

Non per effetto di ideologie totalitarie o di forme esplicite di censura, ma attraverso una crescente tendenza alla burocratizzazione dell’azione educativa.

Da anni assistiamo ad una progressiva proliferazione di linee guida, protocolli, adempimenti, piattaforme, monitoraggi, rendicontazioni e prescrizioni che rischiano di restringere gli spazi dell’autonomia professionale.

Talvolta si ha l’impressione che la scuola venga considerata come una struttura amministrativa da governare attraverso procedure uniformi piuttosto che come una comunità educante fondata sulla responsabilità e sulla competenza dei propri docenti.

La questione degli smartphone e quella dell’intelligenza artificiale si inseriscono esattamente in questo scenario.

Il rischio non è rappresentato dalla tecnologia in sé.

Il rischio consiste nel ritenere che problemi educativi complessi possano essere risolti attraverso disposizioni generali valide per ogni contesto, ogni scuola, ogni classe e ogni studente.

La scuola reale è molto diversa.

Ogni comunità scolastica presenta caratteristiche proprie.

Ogni disciplina richiede metodologie differenti.

Ogni classe manifesta bisogni educativi specifici.

Ogni docente sviluppa nel tempo competenze professionali che gli consentono di scegliere gli strumenti più efficaci per raggiungere determinati obiettivi formativi.

È questa la ragione per cui il legislatore costituente ha voluto tutelare la libertà di insegnamento.

Non per affermare l’arbitrio individuale.

Non per sottrarre il docente alle proprie responsabilità.

Ma perché l’educazione è un’attività complessa che non può essere integralmente disciplinata attraverso prescrizioni centralizzate.

Oggi, mentre il dibattito continua a concentrarsi sugli smartphone, la scuola si trova già di fronte ad una sfida ancora più impegnativa.

L’intelligenza artificiale generativa sta modificando profondamente il modo di studiare, scrivere, tradurre, ricercare informazioni e produrre conoscenza.

Per la prima volta nella storia gli studenti hanno accesso a strumenti capaci di generare testi complessi, elaborare immagini, sintetizzare documenti e fornire risposte articolate in pochi secondi.

Ignorare questa realtà sarebbe impossibile.

Proibirla integralmente sarebbe illusorio.

Accettarla acriticamente sarebbe irresponsabile.

La scuola è chiamata a fare ciò che ha sempre fatto nei momenti di cambiamento: comprendere, interpretare, educare.

La sfida non consiste nel decidere se l’intelligenza artificiale debba entrare o meno nelle scuole.

La sfida consiste nel formare cittadini capaci di utilizzarla senza rinunciare al proprio pensiero critico.

Perché nessun algoritmo può sostituire il giudizio.

Nessuna piattaforma può sostituire la coscienza.

Nessuna macchina può sostituire la responsabilità morale.

Nessuna tecnologia può sostituire la relazione educativa.

Se il 2020 ci ha insegnato che la tecnologia non può sostituire la scuola, il 2026 dovrebbe insegnarci che la scuola non può limitarsi a proibire la tecnologia.

Tra l’entusiasmo acritico per il digitale e il proibizionismo tecnologico esiste una terza via.

È la via dell’educazione.

È la via della responsabilità.

È la via della libertà di insegnamento.

È la via indicata dalla Costituzione della Repubblica.

Perché il futuro della scuola italiana non dipenderà dagli strumenti che utilizzeremo.

Dipenderà dalla capacità di continuare a credere nella cultura, nella professionalità dei docenti, nell’autonomia del sapere e nella formazione di cittadini liberi.

Ed è proprio in questa prospettiva che la libertà di insegnamento non rappresenta un ostacolo al cambiamento.

Rappresenta, oggi come ieri, la condizione indispensabile perché il cambiamento possa trasformarsi in autentica crescita educativa e democratica.

PER UNA LETTURA NEL TEMPO

Tagli al personale ATA: il Governo colpisce ancora la scuola pubblica e chi ogni giorno ne garantisce il funzionamento

Il SAATA – FENSIR esprime forte preoccupazione e netta contrarietà rispetto agli orientamenti emersi a seguito dell’ultima riunione del Governo, che prefigurano nuovi interventi di riduzione della spesa sul comparto scolastico attraverso ulteriori tagli al personale ATA. Ancora una volta si sceglie la strada più semplice: comprimere organici già insufficienti, ignorando deliberatamente la realtà quotidiana delle scuole italiane. Una scelta miope che rischia di compromettere sicurezza, inclusione, efficienza amministrativa e qualità dei servizi essenziali garantiti agli studenti e alle famiglie.

Negli ultimi anni il personale ATA ha affrontato aumento continuo delle incombenze burocratiche, gestione di nuove piattaforme digitali e procedure sempre più complesse, ampliamento delle responsabilità senza adeguati riconoscimenti economici, carenze croniche di organico aggravate dai pensionamenti sostituzioni insufficienti e ricorso sistematico alla precarietà.

Di fronte a questo scenario, parlare di nuovi tagli appare incomprensibile e irresponsabile.

Il SAATA – FENSIR ritiene che la scuola abbia bisogno dell’esatto contrario: investimenti strutturali, incremento degli organici, valorizzazione professionale e stabilizzazione del personale precario. Non si può continuare a chiedere efficienza riducendo le risorse umane. Il rischio concreto è quello di avere scuole meno sicure, segreterie paralizzate, minore assistenza agli alunni e maggiori difficoltà nella gestione quotidiana degli istituti scolastici. Come organizzazione sindacale chiediamo al Governo il ritiro di ogni ipotesi di riduzione degli organici ATA, un confronto immediato con le rappresentanze sindacali, un piano straordinario di potenziamento del personale, misure concrete per la valorizzazione economica e professionale degli ATA, investimenti permanenti sulla scuola pubblica come presidio sociale e civile del Paese.

Così il Segretario Nazionale SAATA Gianluca Mangione:

“Da anni assistiamo a una progressiva svalutazione del lavoro svolto dal personale ATA. Si pretende sempre di più da donne e uomini che, spesso nel silenzio e lontano dai riflettori, tengono aperte le scuole, garantiscono sicurezza agli studenti, sostengono la macchina amministrativa e assicurano servizi indispensabili alla comunità scolastica. Continuare a considerare questi lavoratori come una voce di spesa da ridurre significa non comprendere il valore reale della scuola pubblica. Chi governa dovrebbe visitare più spesso le segreterie scolastiche, parlare con i collaboratori scolastici, osservare il lavoro quotidiano degli assistenti amministrativi e tecnici. Capirebbe immediatamente che non esistono sprechi da eliminare, ma professionalità da valorizzare. Colpire il personale ATA significa indebolire l’intero sistema scolastico. E una scuola indebolita è un Paese che rinuncia al proprio futuro.”

Il SAATA – FENSIR continuerà a vigilare e ad opporsi a ogni intervento che mortifichi lavoratori già fortemente penalizzati. Se tali orientamenti dovessero tradursi in provvedimenti concreti, non escludiamo l’avvio di iniziative di mobilitazione a tutela della dignità professionale del personale ATA e della qualità della scuola pubblica italiana.

Difendere il personale ATA significa difendere il funzionamento della scuola. Difendere la scuola significa difendere il futuro del Paese.

Carta docente 2025/26: importo di 383 euro, accredito dal 9 marzo

Per l’anno scolastico 2025/2026 la Carta del docente avrà un valore di 383 euro. Il bonus sarà accreditato sulla piattaforma dedicata a partire dal 9 marzo 2026 e potrà essere utilizzato per l’acquisto di beni e servizi utili alla formazione e all’aggiornamento professionale degli insegnanti.

La Carta è destinata ai docenti di ruolo, ai docenti con supplenza annuale al 31 agosto, a quelli con contratto fino al termine delle attività didattiche al 30 giugno, oltre che al personale educativo delle istituzioni scolastiche statali. Il beneficio è riconosciuto anche ai docenti in anno di prova, a quelli in comando o distacco e agli insegnanti delle scuole italiane all’estero e delle scuole militari.

Le somme non spese nell’anno precedente verranno riaccreditate insieme alle nuove risorse, mentre la validità del credito resta di due anni scolastici, con scadenza al 31 agosto.

Come può essere utilizzata la Carta

La Carta del docente è pensata per sostenere la formazione continua e l’aggiornamento professionale del personale docente ed educativo. Le risorse possono essere utilizzate per acquistare diversi beni e servizi legati alla crescita culturale e professionale.

In particolare, il bonus può essere utilizzato per:

  • libri, manuali scolastici e testi specialistici, anche in formato digitale;
  • riviste e pubblicazioni utili all’aggiornamento professionale;
  • corsi di formazione e aggiornamento organizzati da enti accreditati dal Ministero;
  • corsi universitari, lauree, lauree magistrali o specialistiche, corsi post-laurea e master universitari coerenti con il profilo professionale;
  • biglietti per spettacoli teatrali e cinematografici, attività considerate utili per l’arricchimento culturale;
  • ingressi a musei, mostre, eventi culturali e spettacoli dal vivo;
  • prodotti dell’editoria audiovisiva;
  • strumenti musicali, in particolare per le attività didattiche legate alla musica;
  • servizi di trasporto di persone, qualora attivati tramite specifici accordi e bandi.

Le risorse possono inoltre essere utilizzate per partecipare a iniziative formative previste dal piano triennale dell’offerta formativa delle scuole o dal piano nazionale di formazione dei docenti, rafforzando così il collegamento tra formazione individuale e progettazione didattica delle istituzioni scolastiche.

Hardware e software

Una novità introdotta per l’anno scolastico 2025/2026 riguarda l’acquisto di hardware e software. La Carta potrà essere utilizzata per questi acquisti solo nell’anno di prima erogazione e successivamente con cadenza quadriennale.

Questo significa che l’anno scolastico 2025/26 rappresenta di fatto un “anno zero”: tutti i docenti potranno utilizzare la Carta per acquistare dispositivi o programmi informatici utili alla didattica, mentre la possibilità tornerà soltanto dopo quattro anni. Anche eventuali somme residue non potranno essere utilizzate negli anni successivi per questa tipologia di acquisti.

Le somme non utilizzate entro la fine dell’anno scolastico potranno comunque essere spese anche nell’anno successivo. Il beneficio non è utilizzabile dai docenti sospesi per motivi disciplinari o da chi cessa dal servizio, salvo nei casi in cui la Carta sia stata riconosciuta in esecuzione di una sentenza.

Il commento della FENSIR

Sulla misura interviene anche la FENSIR – Federazione Nuovi Sindacati Istruzione e Ricerca, che evidenzia come l’importo continui a diminuire rispetto agli anni precedenti e come manchi ancora un investimento strutturale sulla formazione del personale scolastico.

«Le risorse destinate alla formazione del personale della scuola risultano ancora una volta inferiori rispetto al passato e non rappresentano un investimento strutturale e continuativo sull’aggiornamento professionale», afferma Giuseppe Favilla, Segretario Generale Nazionale della FENSIR.

«Riteniamo necessario prevedere un piano stabile di finanziamento che coinvolga tutto il personale della scuola: docenti, sia a tempo indeterminato sia a tempo determinato, e anche il personale ATA, che continua a essere escluso da strumenti analoghi di sostegno alla formazione».

Favilla sottolinea tuttavia un elemento positivo: «Accogliamo con favore il riconoscimento del personale educativo tra i beneficiari della Carta. È un passo importante perché anche questa categoria possa accedere pienamente alle opportunità di formazione, approfondimento e aggiornamento professionale».

Dalle GPS alla stabilizzazione: basta precariato strutturale nella scuola

Le Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS) sono nate con l’intento dichiarato di rendere più rapide e trasparenti le procedure di assegnazione delle cattedre vacanti. Per migliaia di giovani laureati e aspiranti docenti rappresentano, senza dubbio, una porta di ingresso nel mondo della scuola. Tuttavia, dietro questa opportunità si cela una contraddizione strutturale che il sindacato non può più ignorare: la perpetuazione di un sistema fondato sul precariato.

Ogni anno, al termine delle operazioni di mobilità e delle immissioni in ruolo, restano disponibili migliaia di cattedre. Posti reali, necessari al funzionamento ordinario delle istituzioni scolastiche, che però non vengono coperti a tempo indeterminato. Si tratta di un’anomalia tutta italiana: posti vacanti e disponibili che, invece di essere trasformati in organico stabile, alimentano un circuito continuo di supplenze annuali o temporanee.

Le GPS, in questo quadro, diventano uno strumento di gestione dell’emergenza più che una soluzione strutturale. È vero: consentono a molti giovani di lavorare. Ma a quale prezzo? Contratti al 30 giugno o al 31 agosto, incertezza sulla sede, continui spostamenti territoriali, impossibilità di programmare la propria vita personale e professionale. Non è questa la scuola che valorizza il merito e la professionalità.

Il problema non è l’esistenza delle GPS in sé, bensì la loro trasformazione in meccanismo permanente di reclutamento. Se le cattedre sono necessarie ogni anno, perché non renderle stabilmente parte dell’organico? Perché non prevedere un piano di stabilizzazione pluriennale che trasformi il precariato cronico in lavoro stabile?

Una proposta concreta potrebbe essere quella di stabilizzare i posti vacanti almeno per un triennio, consentendo ai docenti abilitati che li occupano di essere assunti su quel posto al termine di un percorso definito e trasparente. Dopo l’anno di formazione e prova, attraverso una procedura di conferma, il docente potrebbe essere immesso in ruolo, garantendo continuità didattica agli studenti e dignità professionale al lavoratore.

In alternativa, laddove il contingente di assunzioni non consenta l’immediata immissione in ruolo, si potrebbe prevedere un meccanismo di “accantonamento” del posto: il docente precario abilitato che lo ricopre per più anni consecutivi dovrebbe avere un diritto di priorità alla stabilizzazione non appena il posto rientra nel contingente autorizzato. Una misura che non violerebbe i principi costituzionali, ma li rafforzerebbe.

Sul punto è intervenuto il Segretario Generale Nazionale Giuseppe Favilla:

“ogni biennio migliaia di docenti precari e aspiranti docenti sperano in una cattedra e spesso, specialmente per alcune classi di concorso, rimane una speranza più che una realtà. Bisogna progettare una politica per la risoluzione delle sacche di precariato e dare dignità ad ogni docente, lavoratore della scuola. Il lavoro è costituzionalmente garantito e lo Stato deve rimuovere gli ostacoli per l’effettivo esercizio del diritto al lavoro a maggior ragione per i lavoratori della conoscenza.”

Le parole del Segretario pongono al centro un principio fondamentale: il lavoro non può essere precarizzato per scelta politica. La scuola non è un settore qualsiasi, ma il cuore della formazione civile e culturale del Paese. La continuità didattica non è uno slogan, bensì un diritto degli studenti e delle famiglie.

Il ricorso strutturale alle supplenze produce effetti negativi su tutto il sistema: rallenta la progettazione didattica, ostacola la costruzione di team stabili, impoverisce l’esperienza professionale dei docenti, costretti a ricominciare ogni anno da capo. Non si può continuare a parlare di valorizzazione del capitale umano e, allo stesso tempo, accettare che migliaia di lavoratori della conoscenza restino sospesi in una condizione di precarietà permanente.

Occorre una riforma coraggiosa del reclutamento che tenga insieme merito, abilitazione e stabilità. Le GPS possono restare uno strumento transitorio, ma non devono diventare la normalità. La politica ha il dovere di trasformare i posti vacanti in posti stabili, programmare le assunzioni su base pluriennale e garantire percorsi certi di conferma per chi dimostra sul campo competenza e professionalità.

La scuola italiana non ha bisogno di supplenze infinite, ma di docenti stabili, motivati e riconosciuti. La dignità del lavoro docente passa dalla fine delle sacche di precariato e dall’affermazione di un principio semplice: chi lavora stabilmente su un posto stabile deve essere assunto stabilmente.

Tribunale di Bergamo: ancora una nuova conferma contro l’abuso dei contratti a termine nella scuola docenti di religione. APERTO IL NUOVO RICORSO

Con una sentenza pubblicata il 4 febbraio 2026, il Tribunale di Bergamo – Sezione Lavoro – è tornato a pronunciarsi sul tema della precarietà nella scuola, ribadendo un principio ormai sempre più chiaro: il ricorso reiterato ai contratti a tempo determinato non può diventare una soluzione strutturale, soprattutto quando l’Amministrazione non rispetta l’obbligo di bandire i concorsi previsti dalla legge.

La decisione rafforza in modo significativo l’azione portata avanti dal sindacato FENSIR, da anni impegnato nella tutela dei diritti del personale scolastico e nella denuncia di un sistema che ha prodotto, nel tempo, una precarietà cronica e ingiustificata.

Il problema dei concorsi mai banditi

Il Tribunale ha individuato il cuore della questione nella mancata indizione dei concorsi triennali previsti dalla normativa. Secondo il giudice, proprio questa omissione ha determinato l’abuso: non è legittimo mantenere lavoratori per anni con contratti a termine quando il fabbisogno è stabile e prevedibile.

I contratti annuali, anche se formalmente consentiti, non possono essere utilizzati all’infinito per coprire carenze strutturali di organico. Quando ciò accade, la reiterazione oltre il limite dei 36 mesi perde ogni giustificazione e viola i principi di tutela del lavoro sanciti a livello nazionale ed europeo.

L’azione legale: decisivo il lavoro dell’avv. Giovanni Battista Mascheretti

Un ruolo determinante è stato svolto dall’avvocato Giovanni Battista Mascheretti, estensore del ricorso, che ha costruito una difesa solida, coerente e perfettamente allineata alla più recente giurisprudenza.

L’impostazione giuridica ha permesso al Tribunale di ricostruire in modo puntuale il quadro normativo speciale che disciplina il reclutamento scolastico, evidenziando come la mancata indizione dei concorsi abbia aggravato nel tempo una condizione di precarietà non più tollerabile. Un lavoro che ha dato piena forza alle rivendicazioni sostenute da FENSIR e che si inserisce in un filone giurisprudenziale ormai consolidato.

I concorsi straordinari non cancellano gli abusi

La sentenza chiarisce inoltre che i concorsi straordinari banditi negli ultimi anni non hanno alcun effetto “sanante” sugli abusi già maturati. Si tratta infatti di procedure selettive, che non garantiscono automaticamente la stabilizzazione e che, quindi, non eliminano il danno subito in precedenza.

Il messaggio è chiaro: intervenire tardivamente non esonera l’Amministrazione dalle responsabilità per il passato.

Risarcimento del danno e tutela dei diritti

Nel pubblico impiego non è prevista la trasformazione automatica del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato, ma l’illegittima reiterazione dei contratti dà diritto al risarcimento del danno. Un principio che tutela concretamente i lavoratori e richiama l’Amministrazione al rispetto delle regole.

Per FENSIR, questa sentenza rappresenta un’ulteriore conferma della correttezza della linea sindacale seguita e dell’importanza di affiancare all’azione sindacale una tutela legale competente e strutturata.


Come procedere con il NUOVO RICORSO

Chi intende aderire alle nuove azioni legali promosse da FENSIR può compilare il modulo di adesione al seguente link:

🔗 Modulo di adesione al ricorso
https://forms.gle/A8RuRSuF22UsLU1c8

📧 Email per informazioni generali sui ricorsi
ricorsi@fensir.it


Documenti necessari da preparare

Per avviare correttamente il ricorso è necessario raccogliere e inviare la seguente documentazione:

  1. Documento di riconoscimento e codice fiscale
  2. Stato Matricolare (da richiedere alla segreteria della scuola)
  3. Tutti i contratti a tempo determinato, divisi per anno scolastico
  4. Ultimo cedolino paga relativo a contratto a tempo determinato
  5. Eventuale copia del contratto a tempo indeterminato
  6. Autocertificazione del reddito del nucleo familiare
    • da compilare solo se non si supera la soglia di € 40.978,00
    • in caso contrario, inviare il modulo barrato indicando il superamento della soglia

📥 Scarica e compila l’autocertificazione

https://www.fensir.it/wp-content/uploads/2026/01/autocertificazione-da-luglio-2025.doc


ATTENZIONE – Invio documenti ai legali competenti per regione

I documenti devono essere inviati in base alla regione di servizio (dove si insegna o si lavora come personale ATA):

Lombardia – Veneto – Emilia-Romagna – Friuli Venezia Giulia
Avv. Giovanni Mascheretti – Avv. Veronica Mezzasalma
📧 ricorsi.mascheretti@fensir.it

Piemonte – Liguria – Toscana
Studio Legale Cuzzilla e Gaido
📧 ricorsi.cuzzillagaido@fensir.it

Sicilia – Campania – Abruzzo – Molise
Avv. Rossella Galluzzo
📧 ricorsi.galluzzo@fensir.it

Calabria – Puglia – Sardegna – Marche
Avv. Vincenzo Peluso
📧 ricorsi.peluso@fensir.it

Lazio – Umbria – Basilicata
Avv. Piacente – Avv. De Luca
📧 ricorsi.piacente@fensir.it


⚠️ AVVISO IMPORTANTE – Docenti immessi in ruolo dal 1° settembre 2025

I docenti immessi nei ruoli a decorrere dal 1° settembre 2025 devono presentare impugnativa dei contratti a termine entro e non oltre il 28 febbraio.

È necessario:

Chi non è in possesso di PEC può richiedere l’invio tramite l’Avvocato del Sindacato.


📝 Iscrizione a FENSIR (se non ancora iscritti)

Per iscriversi a FENSIR:

📄 Modulo di iscrizione
https://www.fensir.it/wp-content/uploads/2025/03/MODELLO-DELEGA-SINDACALE-FENSIR-cod.-SMQ.pdf

📘 Guida alla compilazione
https://www.fensir.it/wp-content/uploads/2025/03/GUIDA-ISCRIZIONE-FENSIR.pdf

📧 Inviare il modulo compilato a:

allegando un documento di riconoscimento.


Il Tribunale di Mantova riconosce la Carta Docente ai docenti a tempo determinato

Determinante il supporto sindacale, coadiuvato dallo Studio Mascheretti

Con sentenza del 9 gennaio 2026, il Tribunale di Mantova – Sezione Lavoro – ha accolto il ricorso proposto da un docente precario contro il Ministero dell’Istruzione e del Merito, riconoscendo il diritto alla Carta Docente anche per i docenti a tempo determinato per le annualità dal 2019/20 al 2024/25, per un importo complessivo pari a 2.500 euro.

La decisione si inserisce nel solco ormai consolidato della giurisprudenza nazionale ed europea, che ha chiarito come l’esclusione dei docenti precari dal beneficio della Carta Docente costituisca una discriminazione illegittima in violazione del principio di parità di trattamento.

Il Giudice del Lavoro ha ribadito che non esistono ragioni oggettive per giustificare un diverso trattamento tra docenti di ruolo e docenti a tempo determinato, svolgendo essi le medesime mansioni, con identiche responsabilità e competenze professionali.

La motivazione del Tribunale

Richiamando la Corte di Giustizia dell’Unione Europea e la più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, il Tribunale ha sottolineato che la formazione è un diritto-dovere di tutto il personale docente, senza distinzioni contrattuali.
Escludere i precari dalla Carta Docente significa compromettere la qualità del sistema scolastico e creare una ingiustificabile frattura tra lavoratori che svolgono lo stesso lavoro.

Condanna del Ministero

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito è stato quindi condannato a mettere a disposizione la Carta Docente (o altro strumento equipollente) per tutte le annualità riconosciute, con vincolo di destinazione alla formazione, oltre al pagamento delle spese di lite.
La sentenza è provvisoriamente esecutiva.

Il ruolo decisivo del supporto sindacale, coadiuvato dallo Studio Mascheretti

Questa vittoria è stata possibile grazie al supporto sindacale, coadiuvato dallo Studio Mascheretti, che ha seguito il ricorso con competenza, continuità e profonda conoscenza della materia.

Ancora una volta si dimostra come la sinergia tra azione sindacale e tutela legale qualificata sia lo strumento più efficace per contrastare le discriminazioni e ottenere risultati concreti per i lavoratori della scuola.

In attesa del decreto MIM: platea ampliata ma importi ridotti

La sentenza arriva in un momento particolarmente significativo.
È infatti atteso a giorni il decreto del Ministero dell’Istruzione e del Merito per l’attivazione della Carta Docente relativa all’anno scolastico 2025/2026.

Secondo le anticipazioni, saranno destinatari del beneficio:

  • i docenti a tempo indeterminato
  • i docenti con contratto al 31 agosto
  • i docenti con contratto al 30 giugno
  • il personale educativo

Un ampliamento della platea che va nella direzione da tempo rivendicata dal sindacato.

Tuttavia, è ormai chiaro che l’importo della Carta sarà inferiore rispetto ai 500 euro annui storicamente previsti.
Una scelta che rischia di trasformare un diritto conquistato in un beneficio ridimensionato, con effetti concreti sulla possibilità reale di accesso alla formazione.

Diritti riconosciuti, ma da difendere

Se da un lato la giurisprudenza e le recenti scelte normative confermano che la strada dell’equiparazione è quella corretta, dall’altro è evidente che nulla è acquisito definitivamente.

Per questo l’azione sindacale resta centrale:

  • per vigilare sull’attuazione del decreto
  • per impedire nuovi arretramenti
  • per garantire che l’estensione dei destinatari non si traduca in una penalizzazione economica

Questa sentenza rappresenta un ulteriore tassello nella battaglia per l’uguaglianza dei diritti tra docenti e conferma che, con un sindacato presente e strutturato, le discriminazioni possono essere smontate, una per una.

Arretrati visibili dal 13 gennaio, ma sono “pochi spiccioli”: serve la parità salariale per tutti i docenti e aumenti veri per gli ATA.

Dalla serata del 13 gennaio 2026 risultano visibili su NoiPA gli arretrati contrattuali del comparto scuola, relativi al rinnovo del CCNL. Docenti e personale ATA possono finalmente consultare gli importi nel cedolino di gennaio, dopo mesi di attesa e comunicazioni frammentarie.

Ma è bene chiarirlo subito: non c’è nulla da festeggiare.

Arretrati già decurtati: non sono soldi “in più”

Gli importi che compaiono nel cedolino non rappresentano il totale degli aumenti spettanti, ma solo la parte residua, perché:

  • una quota è già stata erogata come anticipo contrattuale,
  • un’altra come indennità di vacanza contrattuale (IVC).

Di conseguenza, le somme visibili sono già al netto di quanto anticipato nei mesi scorsi. Chi si aspettava cifre consistenti resterà inevitabilmente deluso: quello che arriva ora è solo il conguaglio finale.

Favilla (FENSIR): “Parliamo di pochi spiccioli”

Non usa mezzi termini Giuseppe Favilla, Segretario Generale FENSIR, che commenta duramente:

«Dopo anni di attesa, sacrifici e perdita di potere d’acquisto, ai lavoratori della scuola arrivano pochi spiccioli. Altro che svolta: questi arretrati sono la dimostrazione di quanto poco si investa realmente su docenti e ATA».

Una critica che fotografa perfettamente la situazione: gli aumenti netti da febbraio 2026 saranno quasi impercettibili, spesso limitati a poche decine di euro. Un adeguamento che non compensa minimamente l’inflazione né l’aumento del costo della vita.

Aumenti quasi invisibili in busta paga

Con il nuovo stipendio tabellare, da febbraio:

  • molti docenti vedranno incrementi netti minimi,
  • il personale ATA continuerà a percepire stipendi ampiamente sotto la media europea,
  • nessuna vera valorizzazione professionale sarà tangibile.

In sostanza, il rinnovo contrattuale non cambia la condizione economica del personale scolastico. È un atto formale, non una riforma strutturale.

Serve una svolta politica: parità salariale tra tutti i docenti

Il problema non è tecnico, è politico. Finché la scuola resterà una voce marginale nei bilanci, non ci sarà alcuna dignità retributiva. Serve una scelta chiara e coraggiosa: investire davvero su chi regge il sistema educativo del Paese.

Una proposta che deve entrare con forza nel dibattito è la parificazione salariale tra:

  • docenti della scuola dell’infanzia e primaria,
  • docenti tecnico-pratici (ITP),
  • docenti della secondaria di primo grado,

e i docenti della secondaria di secondo grado.

Stesso lavoro educativo, stesse responsabilità, stessa dignità salariale.

Basta docenti di serie A e di serie B

Non esistono insegnanti “meno importanti”.
Educare, formare, includere, gestire classi sempre più complesse richiede competenze elevate in ogni ordine di scuola. Continuare a mantenere differenze stipendiali significa istituzionalizzare una discriminazione.

Una politica seria dovrebbe prevedere:

  • riallineamento retributivo progressivo tra tutti i docenti,
  • valorizzazione reale del personale ATA, oggi tra i più penalizzati della Pubblica Amministrazione,
  • stanziamenti strutturali e non una tantum.

Conclusione: arretrati sì, dignità ancora no

Gli arretrati visibili dal 13 gennaio chiudono una pratica amministrativa, non aprono una nuova stagione per la scuola.
Con aumenti quasi invisibili e importi ridotti a “pochi spiccioli”, come denuncia Favilla, la distanza tra proclami e realtà resta enorme.

Se non si avrà il coraggio di investire davvero e di parificare gli stipendi tra i docenti dei diversi ordini di scuola, la scuola continuerà a essere trattata come un costo e non come una risorsa.

E la dignità, ancora una volta, resterà solo una parola.

Rinvio delle prove per le posizioni economiche ATA: soddisfazione dei sindacati dopo le segnalazioni sulle criticità organizzative

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha comunicato il rinvio a data da destinarsi delle prove finali previste per l’attribuzione delle posizioni economiche ATA ai sensi del DM 140/2024. Le prove, inizialmente fissate per il 15, 16, 17, 18 e 19 dicembre, non si svolgeranno più nelle date stabilite e il nuovo calendario, con sedi e orari, verrà comunicato successivamente RINVIO PROVA PER LA POSIZIONE E….

Una decisione accolta con favore da più sigle sindacali, che da settimane segnalavano al MIM criticità rilevanti nella gestione della procedura, in particolare per quanto riguarda la distanza delle sedi di convocazione, l’assenza di una reale considerazione delle esigenze lavorative e familiari del personale ATA, e la tempistica estremamente ristretta che avrebbe messo in difficoltà soprattutto collaboratori, assistenti e amministrativi impegnati quotidianamente nel funzionamento delle scuole.

Il SAATA – Sindacato Autonomo ATA, attraverso la segreteria nazionale e il responsabile Gianluca Mangione, ha espresso soddisfazione per il rinvio, sottolineando come esso rappresenti il risultato di un pressing costante volto a tutelare la dignità professionale del personale ATA. Secondo Mangione, il provvedimento «riconosce finalmente che non si può chiedere al personale di sostenere prove selettive senza tenere conto delle distanze, dei costi, delle esigenze di servizio e delle condizioni reali delle scuole».

Anche il sindacato FENSIR aveva pubblicamente fatto presente al Ministero numerose criticità, contribuendo a portare all’attenzione nazionale i disagi segnalati dagli operatori scolastici. La richiesta comune era chiara: garantire procedure più eque, tempi congrui e soprattutto un’organizzazione rispettosa della professionalità di chi, quotidianamente, assicura il funzionamento delle scuole.

Il rinvio, pur generando l’attesa di un nuovo calendario, rappresenta dunque un primo passo verso una gestione più attenta e sostenibile della procedura. “Come sindacato continueremo a vigilare affinché la prossima convocazione tenga realmente conto delle esigenze del personale ATA e non riproduca le stesse criticità che hanno portato a questo intervento ministeriale” Conclude Gianluca Mangione.


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