Con l’emanazione dei Decreti Ministeriali n. 137 del 26 gennaio 2026 e n. 138 del 27 gennaio 2026, il Ministero dell’Università e della Ricerca definisce il quadro operativo dei percorsi universitari e accademici di formazione iniziale e abilitazione dei docenti per l’anno accademico 2025/2026, in attuazione del decreto legislativo n. 59/2017 e delle riforme previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza .
I due provvedimenti rappresentano un passaggio centrale nel processo di riorganizzazione del reclutamento, ma lasciano aperte numerose criticità strutturali, soprattutto in termini di equità, accessibilità e sostenibilità economica per i lavoratori della scuola.
Le riserve di posti: un riconoscimento parziale dell’esperienza
Il DM 137/2026 disciplina le riserve di posti per l’accesso ai percorsi abilitanti, previste dall’art. 2-bis del decreto legislativo n. 59/2017. In particolare, viene confermata la possibilità di accesso riservato ai docenti che abbiano svolto almeno tre anni di servizio negli ultimi cinque, di cui almeno uno sulla specifica classe di concorso per cui si richiede l’abilitazione Decreto Ministeriale n. 137 del….
Si tratta di un principio condivisibile, che riconosce – almeno formalmente – il valore dell’esperienza maturata nelle scuole statali, paritarie e nei percorsi di istruzione e formazione professionale. Tuttavia, la riserva resta subordinata a limiti numerici rigidi, determinati annualmente, che rischiano di escludere una parte significativa dei docenti aventi diritto.
In assenza di un accesso strutturalmente garantito, la riserva si configura più come una corsia preferenziale limitata che come una reale tutela dei lavoratori precari storici.
Selezione per titoli e logica competitiva
Il DM 138/2026 definisce l’autorizzazione dei posti e le modalità di selezione, demandando agli Allegati A e B la valutazione dei titoli per la formazione delle graduatorie di accesso .
Il sistema di punteggio attribuisce valore a:
- voto del titolo di accesso;
- ulteriori titoli universitari o accademici;
- master, dottorati e certificazioni linguistiche;
- anni di servizio prestato.
Un impianto che, se da un lato mira a garantire selettività, dall’altro rischia di accentuare le disuguaglianze tra docenti, premiando chi ha avuto maggiori possibilità economiche e temporali di accumulare titoli, spesso a pagamento, e penalizzando chi ha costruito il proprio profilo professionale prevalentemente attraverso il lavoro in classe.
La formazione iniziale continua così a essere trattata come una competizione individuale, piuttosto che come un percorso pubblico di qualificazione professionale.
Posti autorizzati e squilibri territoriali
L’Allegato A al DM 138/2026 contiene la ripartizione dei posti autorizzati su base regionale e per classe di concorso, costruita sul fabbisogno comunicato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito e sull’offerta formativa delle università e delle istituzioni AFAM Decreto Ministeriale n. 138 del….
Dall’analisi emerge:
- una forte frammentazione territoriale;
- un numero di posti spesso insufficiente rispetto alla platea dei potenziali candidati;
- classi di concorso con numeri minimi che rendono difficile una reale programmazione professionale.
Questo sistema, anziché garantire stabilità, alimenta incertezza e contribuisce a prolungare il precariato, con il rischio di creare nuovi contenziosi e nuove sacche di esclusione.
Il nodo irrisolto dei costi di abilitazione
Uno degli aspetti più critici, seppur non direttamente disciplinato dai decreti, resta quello dei costi dei percorsi abilitanti, che continuano a gravare quasi interamente sui docenti.
Su questo punto interviene con decisione Giuseppe Favilla, segretario generale della FENSIR, che sottolinea l’inadeguatezza dell’attuale modello:
«L’ideale sarebbe un percorso stabile universitario o, meglio ancora, INDIRE, che preveda un dimezzamento del costo di abilitazione. Sarebbe l’ideale l’azzeramento, considerando che la scuola è un servizio pubblico a carico di tutti i cittadini».
La posizione della FENSIR mette in evidenza una contraddizione evidente: mentre lo Stato riconosce la scuola come servizio pubblico essenziale, continua a finanziare solo parzialmente la formazione dei docenti, trasformando l’abilitazione in un onere economico individuale.
Verso un modello pubblico e strutturale di formazione
Secondo la FENSIR, i decreti del 2026 confermano un impianto normativo transitorio e incompiuto, che non supera la logica emergenziale e non costruisce un vero sistema pubblico di formazione iniziale.
La proposta sindacale è chiara:
- percorsi stabili e programmati, non soggetti a continui decreti annuali;
- gestione pubblica della formazione, anche attraverso INDIRE;
- abbattimento drastico dei costi, fino all’azzeramento;
- riconoscimento pieno dell’esperienza professionale maturata nella scuola.
Solo in questo modo la formazione iniziale potrà diventare uno strumento di qualità e giustizia sociale, e non l’ennesimo ostacolo nel percorso professionale dei docenti.
Conclusioni
I Decreti Ministeriali n. 137 e 138 del 2026 rappresentano un ulteriore tassello nella riforma del reclutamento, ma non risolvono le criticità strutturali del sistema. Senza un investimento pubblico deciso e una visione di lungo periodo, il rischio è quello di continuare a produrre precariato, disuguaglianze e sfiducia.
La FENSIR ribadisce la necessità di una svolta politica: la formazione dei docenti non può essere considerata un costo individuale, ma un investimento collettivo sul futuro della scuola pubblica.