Il secondo incontro all’Aran per il rinnovo del CCNL “Istruzione e Ricerca” 2025-2027 ha prodotto un elemento di apparente convergenza: destinare quasi tutte le risorse disponibili agli stipendi tabellari. Una scelta rivendicata da più sigle sindacali e accolta positivamente al tavolo negoziale. Ma basta questo per parlare di vero rilancio delle retribuzioni del personale della scuola, dell’università, della ricerca e dell’AFAM?
La sensazione, a leggere con attenzione numeri e dichiarazioni, è che ci si trovi ancora una volta davanti a un equilibrio fragile: un accordo possibile, forse anche rapido, ma costruito su basi economiche che difficilmente potranno incidere davvero sulla vita quotidiana dei lavoratori.
Dai comunicati dei principali sindacati emerge una linea comune, pur nelle differenze di accento. La FLC CGIL rivendica come risultato importante l’aver concentrato le risorse sugli stipendi tabellari, ma allo stesso tempo insiste sulla necessità di nuovi finanziamenti per colmare il divario con gli altri comparti della pubblica amministrazione. La CISL sottolinea la coerenza dell’impostazione e rivendica il percorso che ha portato fin qui, mentre la UIL parla di un passo nella giusta direzione, accompagnato però dalla richiesta di detassare gli aumenti e di reperire ulteriori risorse.
Anche SNALS e ANIEF, pur riconoscendo gli incrementi previsti, mettono in evidenza il limite principale dell’operazione: le cifre non sono sufficienti a recuperare il potere d’acquisto perso. E su questo punto, al di là delle differenze, il fronte sindacale appare insolitamente compatto.
Il problema, però, non sta tanto nelle percentuali annunciate quanto nella loro traduzione concreta. Si parla di aumenti medi tra i 130 e i 143 euro lordi mensili. Una cifra che, sulla carta, può sembrare significativa. Ma basta fare un calcolo semplice per capire quanto effettivamente arriverà nelle tasche dei lavoratori.
Tolte le trattenute fiscali, che incidono per circa un quarto dell’importo, il netto si aggira attorno ai 100 euro. A questo vanno sottratte le addizionali regionali e comunali, riducendo ulteriormente la cifra disponibile. Alla fine, l’aumento reale difficilmente supera i 90-100 euro mensili.
È su questo scarto tra percezione e realtà che interviene con decisione il segretario della FENSIR, Giuseppe Favilla, che mette in discussione l’intero impianto comunicativo della trattativa. Secondo Favilla, i proclami non corrispondono alla realtà dei fatti: si enfatizzano cifre lorde e percentuali, ma si evita di spiegare chiaramente cosa resta davvero in busta paga.
Il punto non è negare l’esistenza degli aumenti, ma valutarne l’efficacia. Perché un incremento netto di circa 100 euro, in un contesto segnato da inflazione e aumento generalizzato dei costi, non è in grado né di recuperare quanto perso negli ultimi anni né di ridurre il divario con altri settori pubblici.
E qui emerge il limite strutturale dell’intera operazione. Questo contratto, come molti dei precedenti, non nasce da una scelta politica di investimento forte sul comparto istruzione e ricerca, ma dalla semplice distribuzione delle risorse già previste in legge di bilancio. In altre parole, si decide come dividere una torta che non è cresciuta.
Non sorprende, quindi, che tutti i sindacati, pur con toni diversi, tornino a chiedere la stessa cosa: risorse aggiuntive. Che si tratti di fondi perequativi, detassazione degli aumenti, riconoscimento di voci oggi escluse o recupero di annualità pregresse, il nodo resta sempre lo stesso. Senza nuovi finanziamenti, il contratto può al massimo contenere le perdite, non invertire la tendenza.
Il rischio, allora, è quello di trovarsi davanti a un rinnovo contrattuale che funziona sul piano tecnico e procedurale, ma che non incide davvero sul piano sostanziale. Un contratto che arriva nei tempi giusti, ma con importi che non cambiano in modo significativo le condizioni materiali di chi lavora nella scuola e nella ricerca.
La partita vera, probabilmente, si giocherà nei prossimi mesi, tra legge di bilancio e parte normativa del contratto. Ma una cosa appare già chiara: senza un investimento strutturale, senza un cambio di passo politico prima ancora che contrattuale, sarà difficile parlare di reale valorizzazione del personale.
E alla fine resta una domanda semplice, che nessun comunicato riesce a eludere: cento euro in più al mese possono davvero rappresentare una risposta adeguata al costo della vita e al valore del lavoro svolto?

