DALLA DITTATURA DELLO SCHERMO ALLA PAURA DELLO SCHERMO
Sei anni dopo la pandemia, la scuola tra libertà di insegnamento, smartphone e intelligenza artificiale
di Giuseppe Favilla
Nel marzo del 2020 la scuola italiana visse uno dei momenti più drammatici e complessi della sua storia repubblicana. Nel giro di pochi giorni milioni di studenti furono costretti ad abbandonare le aule e centinaia di migliaia di docenti si trovarono a reinventare il proprio lavoro all’interno di una realtà completamente nuova.
La didattica a distanza divenne improvvisamente l’unico strumento disponibile per garantire la continuità educativa e il diritto all’istruzione sancito dall’articolo 34 della Costituzione. In quelle settimane il dibattito pubblico si concentrò quasi esclusivamente sulla necessità di non interrompere il rapporto tra scuola e studenti. Una preoccupazione legittima e condivisibile.
Tuttavia, già allora, appariva evidente il rischio di dimenticare un altro principio costituzionale fondamentale: quello sancito dall’articolo 33 della Costituzione, secondo cui «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento».
A distanza di sei anni, superata l’emergenza sanitaria e archiviate molte delle polemiche di quel periodo, possiamo finalmente guardare a quell’esperienza con maggiore lucidità.
La didattica a distanza ha certamente rappresentato una risposta necessaria ad una situazione eccezionale. Migliaia di docenti hanno dimostrato professionalità, spirito di servizio e capacità di adattamento, spesso supplendo con il proprio impegno personale alle carenze organizzative e infrastrutturali del sistema. Sarebbe ingiusto e intellettualmente disonesto non riconoscerlo.
Allo stesso tempo, quella stagione ci ha lasciato insegnamenti che non dovrebbero essere dimenticati.
Abbiamo scoperto che la tecnologia può facilitare l’accesso alle informazioni, ma non può sostituire la relazione educativa.
Abbiamo compreso che l’apprendimento non coincide con la semplice trasmissione di contenuti.
Abbiamo verificato che la presenza fisica, il dialogo diretto, la costruzione quotidiana delle relazioni e della comunità scolastica rappresentano elementi essenziali del processo formativo.
Abbiamo inoltre constatato come l’innovazione tecnologica, lungi dall’eliminare le disuguaglianze, possa talvolta accentuarle. Non tutti gli studenti disponevano degli stessi strumenti, degli stessi spazi, delle stesse opportunità. La pandemia rese visibili fragilità sociali che per anni erano rimaste ai margini del dibattito educativo.
Eppure, proprio mentre maturavano queste consapevolezze, il dibattito pubblico ha progressivamente imboccato una direzione opposta.
Se nel 2020 sembrava che la tecnologia dovesse salvare la scuola, oggi sembra che la scuola debba essere salvata dalla tecnologia.
Lo smartphone è diventato il simbolo di ogni disagio educativo.
I social network vengono frequentemente indicati come la causa della crisi dell’attenzione.
L’intelligenza artificiale è spesso descritta come una minaccia per il pensiero umano e per il valore stesso dello studio.
La discussione si è trasformata in una contrapposizione tra favorevoli e contrari alla tecnologia, tra innovatori e conservatori, tra sostenitori dei divieti e difensori della libertà digitale.
Si tratta, tuttavia, di una rappresentazione semplicistica di una realtà molto più complessa.
La crisi dell’attenzione non nasce con lo smartphone.
La povertà lessicale non nasce con i social network.
La difficoltà di leggere un testo complesso non nasce con l’intelligenza artificiale.
La fragilità delle relazioni educative non nasce con Internet.
Attribuire agli strumenti la responsabilità di fenomeni che hanno radici culturali, sociali e pedagogiche molto più profonde rischia di trasformare il dibattito educativo in una ricerca permanente di capri espiatori.
Gli strumenti cambiano.
Le sfide educative restano.
Per questa ragione sarebbe opportuno affrontare il tema dell’uso degli smartphone nelle scuole con maggiore equilibrio e con minore enfasi ideologica.
Nessuno può negare che esistano problemi reali legati all’abuso dei dispositivi digitali.
Nessuno può ignorare i danni prodotti da una fruizione incontrollata dei social media.
Nessuno può sottovalutare il rischio di una dipendenza tecnologica sempre più precoce.
Ma proprio perché tali problemi esistono, la risposta non può essere semplicemente proibitiva.
La scuola non è il luogo del divieto.
La scuola è il luogo dell’educazione.
Educare significa accompagnare gli studenti alla comprensione critica della realtà.
Significa insegnare a distinguere tra informazione e manipolazione.
Significa sviluppare autonomia di giudizio.
Significa fornire strumenti culturali per utilizzare consapevolmente le tecnologie senza diventarne schiavi.
La storia dell’educazione dimostra che ogni innovazione significativa ha generato timori e resistenze.
Accadde con la stampa.
Accadde con il libro scolastico.
Accadde con la televisione.
Accadde con Internet.
Accade oggi con l’intelligenza artificiale.
La vera domanda non è se tali strumenti debbano essere accolti o respinti.
La vera domanda è se la scuola sia in grado di governarli e di trasformarli in occasioni di crescita culturale.
Ed è proprio qui che torna centrale il tema della libertà di insegnamento.
L’articolo 33 della Costituzione rappresenta uno dei pilastri meno citati e al tempo stesso più importanti dell’intero sistema educativo italiano.
I Padri Costituenti non inserirono quel principio per tutelare una categoria professionale.
Lo inserirono per garantire la libertà della cultura e impedire che l’istruzione potesse essere ridotta ad uno strumento di conformismo ideologico o di controllo amministrativo.
La libertà di insegnamento costituisce una garanzia democratica.
Essa tutela il pluralismo culturale.
Tutela la ricerca metodologica.
Tutela l’autonomia professionale del docente.
Tutela, soprattutto, il diritto degli studenti ad essere formati attraverso il confronto delle idee e non mediante l’applicazione meccanica di procedure standardizzate.
Oggi questo principio appare nuovamente sotto pressione.
Non per effetto di ideologie totalitarie o di forme esplicite di censura, ma attraverso una crescente tendenza alla burocratizzazione dell’azione educativa.
Da anni assistiamo ad una progressiva proliferazione di linee guida, protocolli, adempimenti, piattaforme, monitoraggi, rendicontazioni e prescrizioni che rischiano di restringere gli spazi dell’autonomia professionale.
Talvolta si ha l’impressione che la scuola venga considerata come una struttura amministrativa da governare attraverso procedure uniformi piuttosto che come una comunità educante fondata sulla responsabilità e sulla competenza dei propri docenti.
La questione degli smartphone e quella dell’intelligenza artificiale si inseriscono esattamente in questo scenario.
Il rischio non è rappresentato dalla tecnologia in sé.
Il rischio consiste nel ritenere che problemi educativi complessi possano essere risolti attraverso disposizioni generali valide per ogni contesto, ogni scuola, ogni classe e ogni studente.
La scuola reale è molto diversa.
Ogni comunità scolastica presenta caratteristiche proprie.
Ogni disciplina richiede metodologie differenti.
Ogni classe manifesta bisogni educativi specifici.
Ogni docente sviluppa nel tempo competenze professionali che gli consentono di scegliere gli strumenti più efficaci per raggiungere determinati obiettivi formativi.
È questa la ragione per cui il legislatore costituente ha voluto tutelare la libertà di insegnamento.
Non per affermare l’arbitrio individuale.
Non per sottrarre il docente alle proprie responsabilità.
Ma perché l’educazione è un’attività complessa che non può essere integralmente disciplinata attraverso prescrizioni centralizzate.
Oggi, mentre il dibattito continua a concentrarsi sugli smartphone, la scuola si trova già di fronte ad una sfida ancora più impegnativa.
L’intelligenza artificiale generativa sta modificando profondamente il modo di studiare, scrivere, tradurre, ricercare informazioni e produrre conoscenza.
Per la prima volta nella storia gli studenti hanno accesso a strumenti capaci di generare testi complessi, elaborare immagini, sintetizzare documenti e fornire risposte articolate in pochi secondi.
Ignorare questa realtà sarebbe impossibile.
Proibirla integralmente sarebbe illusorio.
Accettarla acriticamente sarebbe irresponsabile.
La scuola è chiamata a fare ciò che ha sempre fatto nei momenti di cambiamento: comprendere, interpretare, educare.
La sfida non consiste nel decidere se l’intelligenza artificiale debba entrare o meno nelle scuole.
La sfida consiste nel formare cittadini capaci di utilizzarla senza rinunciare al proprio pensiero critico.
Perché nessun algoritmo può sostituire il giudizio.
Nessuna piattaforma può sostituire la coscienza.
Nessuna macchina può sostituire la responsabilità morale.
Nessuna tecnologia può sostituire la relazione educativa.
Se il 2020 ci ha insegnato che la tecnologia non può sostituire la scuola, il 2026 dovrebbe insegnarci che la scuola non può limitarsi a proibire la tecnologia.
Tra l’entusiasmo acritico per il digitale e il proibizionismo tecnologico esiste una terza via.
È la via dell’educazione.
È la via della responsabilità.
È la via della libertà di insegnamento.
È la via indicata dalla Costituzione della Repubblica.
Perché il futuro della scuola italiana non dipenderà dagli strumenti che utilizzeremo.
Dipenderà dalla capacità di continuare a credere nella cultura, nella professionalità dei docenti, nell’autonomia del sapere e nella formazione di cittadini liberi.
Ed è proprio in questa prospettiva che la libertà di insegnamento non rappresenta un ostacolo al cambiamento.
Rappresenta, oggi come ieri, la condizione indispensabile perché il cambiamento possa trasformarsi in autentica crescita educativa e democratica.
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