(alla luce del CCNL Comparto Istruzione e Ricerca 2022-2024)

Il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del Comparto Istruzione e Ricerca 2022–2024 ha riacceso il dibattito sulle retribuzioni del personale scolastico. Al centro della discussione non c’è soltanto l’entità degli aumenti, ma il persistente divario tra gli stipendi di docenti e personale ATA e quelli medi percepiti nel resto del mondo del lavoro.

Per comprendere la portata del problema è necessario mettere a confronto dati omogenei, distinguendo tra orari contrattuali, tipologie di mansioni e struttura salariale.

Lo stipendio medio in Italia: il riferimento

In Italia, lo stipendio medio lordo annuo di un lavoratore a tempo pieno si colloca oggi indicativamente tra 32.000 e 42.000 euro, con una retribuzione netta mensile che oscilla mediamente tra 1.700 e 2.700 euro, su un orario standard di circa 40 ore settimanali.

Si tratta di una media che comprende settori molto diversi tra loro, ma che rappresenta comunque un parametro di confronto significativo per valutare il posizionamento economico del lavoro nella scuola pubblica.

Quanto si guadagna nella scuola secondo il CCNL 2022–2024

Il CCNL 2022–2024 ha rideterminato gli stipendi tabellari di docenti e personale ATA con decorrenza dal 1° gennaio 2024 2025_12_23_CCNL_CIR_2022-2024. Tuttavia, l’analisi delle tabelle contrattuali mostra come il recupero salariale resti limitato.

Un docente a inizio carriera percepisce una retribuzione lorda annua che si colloca intorno ai 23–24 mila euro, mentre solo nelle fasce più alte di anzianità si arriva a superare di poco i 30–32 mila euro lordi annui. Lo stipendio è composto dallo stipendio tabellare e dalla retribuzione professionale docente, con compensi accessori non strutturali.

L’orario contrattuale varia in base all’ordine di scuola:

  • 18 ore settimanali nella scuola secondaria,
  • 24 ore nella primaria,
  • 25 ore nella scuola dell’infanzia.

A queste ore vanno aggiunte tutte le attività funzionali all’insegnamento – programmazione, consigli di classe, collegi docenti, valutazioni – che non sono retribuite come lavoro aggiuntivo, ma rientrano negli obblighi professionali.

Ancora più critica è la situazione del personale ATA, che lavora 36 ore settimanali. Le retribuzioni lorde annue, secondo il contratto, partono da circa 18.000 euro e raramente superano i 25–26 mila euro, fatta eccezione per i profili apicali. Anche considerando il compenso individuale accessorio, l’impatto sul netto mensile resta contenuto 2025_12_23_CCNL_CIR_2022-2024.


Uno schema di confronto essenziale

CategoriaOre settimanaliRetribuzione lorda annua
Lavoratore medio italiano~4032.000–42.000 €
Docente (inizio carriera)18–25*23.000–24.000 €
Docente (fine carriera)18–25*30.000–32.000 €
Personale ATA3618.000–26.000 €

* alle ore di lezione vanno aggiunte le attività funzionali non retribuite separatamente.

Il dato che emerge è evidente: docenti e ATA restano collocati al di sotto della media salariale nazionale, soprattutto nella prima parte della carriera e, in modo strutturale, per il personale non docente.

Il commento del Segretario Generale FENSIR, Giuseppe Favilla

Su questi aspetti è intervenuto più volte Giuseppe Favilla, Segretario Generale della FENSIR, sottolineando come il rinnovo contrattuale non rappresenti una vera svolta sul piano salariale.

Secondo Favilla, gli aumenti previsti dal CCNL «non consentono un reale recupero del potere d’acquisto perso negli ultimi anni» e non tengono conto dell’inflazione reale che ha colpito in modo significativo i lavoratori della scuola. In diverse prese di posizione pubbliche, il Segretario Generale ha evidenziato come gli incrementi netti mensili risultino spesso modesti, soprattutto se rapportati ai carichi di lavoro e alle responsabilità crescenti.

Particolarmente critica, secondo Favilla, è la condizione del personale ATA, che continua a rappresentare «una delle categorie meno retribuite dell’intera pubblica amministrazione», pur garantendo il funzionamento quotidiano delle istituzioni scolastiche. Il problema, sottolinea la FENSIR, non è episodico ma strutturale, e non può essere risolto con interventi una tantum o aumenti marginali.

Un problema che va oltre il contratto

Il confronto con lo stipendio medio italiano dimostra che la questione salariale nella scuola non riguarda solo l’entità degli aumenti, ma il modello retributivo complessivo.
Un modello basato quasi esclusivamente sull’anzianità, con scarse possibilità di valorizzare competenze, responsabilità e carichi di lavoro aggiuntivi, finisce per penalizzare l’intero comparto.

Il rischio concreto è quello di una scuola sempre meno attrattiva dal punto di vista professionale, con difficoltà crescenti nel reclutamento e nella permanenza del personale.

Conclusione

Alla luce dei dati del CCNL 2022–2024, il divario tra stipendi medi in Italia e retribuzioni del personale scolastico resta ampio. Gli aumenti contrattuali rappresentano un passo avanti, ma non colmano la distanza con il resto del mercato del lavoro, né restituiscono pienamente dignità salariale a chi opera ogni giorno nella scuola pubblica.

Come ribadito dalla FENSIR, serve un cambio di paradigma: non più contratti di semplice contenimento, ma politiche salariali strutturali che riconoscano il valore educativo, sociale e professionale del lavoro nella scuola.

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